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I Fine Settimana del libro al Museo Sangallo

Comunicazioni

Il Museo Antonio da Sangallo il Giovane non è soltanto un punto di riferimento storico riguardo le opere del grande architetto rinascimentale di cui porta il nome, ma mantiene un ruolo di centro culturale vivo e dinamico, che nel mese di marzo, per tre appuntamenti settimanali con “I Fine Settimana del Libro” si apre anche alla letteratura.

 

Il ciclo si apre sabato 16 marzo alle 16 con“Due fratelli” di David Sciuga, al primo romanzo dopo aver composto racconti e poesie premiati in concorsi ed inclusi in antologie, vicenda fantastica che ha per protagonisti due fratelli molto speciali: si tratta di due gatti domestici accomunati dal possesso di particolari poteri. Resi orfani in tenera età, vengono salvati da una famiglia di cui diventano i protettori: se i cani sono i guardiani sul piano della materia, i gatti lo sono su quello dello spirito, ed è proprio in questo campo che loro agiscono. Si tratta di una vicenda capace di parlare a più tipi di pubblico che, poggiando su più piani interpretativi, tratta di temi quali la psicologia e la spiritualità, non senza ricorso all’ironia.

Si passa al tema storico con “Michelangelo e il messaggio nascosto” nell’appuntamento di sabato 23 marzo alle 16, romanzo basato sul reale sfondo storico in cui si tratta il rapporto tra il grande artista rinascimentale e l’Ecclesia Viterbensis, cioè il circolo di intellettuali riuniti a Viterbo attorno al cardinale inglese Reginald Pole che condivise una singolare esperienza sia di tipo religioso che politico e culturale, tra il 1541 e il 1544. L’autore è l’artista Marco Zappa, docente presso il NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, di Milano. Inconsueta nella scelta compositiva l’opera presentata da Giuseppe Bellucci venerdì 29 marzo alle 16, che con “Da Cellere a Capalbio - Fatti e Misfatti del brigante Domenico Tiburzi”, narra in ottava rima, il metro utilizzato nella poesia narrativa italiana per la prima volta da Boccaccio, la storia del succitato brigante ottocentesco Domenico Tiburzi, noto all’epoca semplicemente come “Domenichino” per la contenuta statura, il più famoso brigante della Maremma. La sua figura divenne leggendaria tra gli abitanti della provincia di Grosseto, tanto che nell’immaginario collettivo venne considerato come un alfiere della criminalità nata come risposta alle iniquità imposte dalla società, quasi come una versione nostrana e moderna del celebre Robin Hood.

Tre opere diverse per temi trattati e stile scelto assicurano grande eterogeneità a questo piccolo ciclo, che, secondo le intenzioni del suo direttore Valentina Berneschi, vuole dare un segnare chiaro: un museo, secondo una concezione più moderna  e dinamica rispetto alla tradizione, è luogo di cultura e condivisione, che trova il suo motivo d’esistere proprio nella condivisione e nello scambio di idee. Anche riscoprendo il piacere della lettura.

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